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Al mio ufficio

Via Libertà 109. 

Quando ho cambiato l’indirizzo aziendale, modificando quello che fino a quel momento era stato l’indirizzo di casa – meglio – della mia stanzetta con il muro fuxia dalla quale cercavo di capire il mio posto nel mondo, ho capito che era finita un’era, una fase, una mia dimensione lavorativa e professionale.

Non ero più una copy, una freelance: ero diventata un’imprenditrice – che è tutta un’altra storia. 

Quando siamo entrati per la prima volta c’erano le macchie di olio motore sul pavimento. Mia madre continuava a insistere “Tranquilla, basta lucidarlo” – dopo due giorni abbiamo trovato dei buchi, nel marmo e quel pavimento è diventato un gres porcellanato effetto legno. C’era una parete arancione, che il pittore ha nascosto con sei mani di vernice. Sei. 

Hai le pareti tutte storte, un angolo effettivamente di 90° è impossibile da trovare e quei pilastri in mezzo alla stanza rendono un potenziale open space fighissimo, uno spazio terribilmente poco armonioso. 

Ma sei mio. Il mio ufficio. 

Arredato in stile scandinavo perché voglio che la gente si senta a casa. Arredato pian piano perché “Non possiamo prendere tutto all’Ikea, voglio qualcosa di unico”. 

Hai la linea internet che va una bomba e invece devo fare i webinar da casa, con l’ansia che da un momento all’altro possa saltare tutto. 

All’ingresso una lettera 82 recuperata da conoscenti che stava per finire nella spazzatura, l’orchidea regalata da Giovanna sul tavolino da 7€ che però fa un figurone accanto al divano blu polvere – come il logo nuovo che ci ha disegnato Marco – e sul tavolo riunioni il portapenne con il logo intagliato, inaspettato e graditissimo, che ci ha regalato Marta. 

Ufficio, mi mancano i miei libri. Mi manca quella vecchia scrivania grigia e il tavolo rotondo che balla, i primi mobili entrati lì dentro per necessità – e dei quali prima o poi mi libererò, lo ammetto, li odio. 

Mi manca la gioia, i sorrisi, quella sala piena di voglia di imparare che avevamo appena iniziato a riempire. Mi manca vedere le persone che mi aiutano ogni giorno crescere fra quelle mura, imparare qualcosa di nuovo, mi manca litigare, mi manca il caffè buono, mi mancano i cornetti del panificio accanto, salutare i vicini.

Saperti con quella saracinesca abbassata, la polvere che si accumula sui libri, le piante (Gino, Matilda e Ugo, 50€ per tre, comprate alla festa del paese, un affarone!) le scrivanie, i ricordi e le nuove idee ancora da pensare, mi stringe il cuore. Ma so che tornerò, ufficio. Torneremo a litigare più forte, a imparare di più, a sorridere e mangiare ancora senza ritegno. 

Te lo prometto. 

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